
Brad Bird appartiene a quella rarissima categoria di autori capaci di far percepire ogni nuovo progetto come un evento, non semplicemente come un’uscita cinematografica. Il suo nome, per chi è cresciuto attraversando decenni di animazione americana tra il trauma poetico de Il Gigante di Ferro, la perfezione meccanica de Gli Incredibili e l’eleganza narrativa di Ratatouille, porta con sé una promessa quasi mitologica: l’idea che dietro l’angolo possa ancora nascondersi un film capace di reinventare il linguaggio dell’animazione mainstream. Ecco perché le prime immagini diffuse di Ray Gunn, il suo attesissimo ritorno al lungometraggio animato adulto, hanno provocato quella scossa elettrica che solo certi annunci sanno generare nelle vene della community nerd più navigata.
A colpire, prima ancora della trama, è il fatto stesso che Ray Gunn esista davvero. Per anni questo titolo ha avuto il sapore dei progetti fantasma, di quelle opere leggendarie sospese in una dimensione quasi apocrifa, citate nelle interviste, sussurrate nei forum di appassionati, rimandate da un’industria che troppo spesso teme l’ambizione. Brad Bird aveva concepito questa storia addirittura negli anni Novanta, immaginandola come un noir futuristico ambientato in Metropia, una megalopoli rétro-futurista che sembra uscita da un sogno condiviso fra Raymond Chandler, Moebius e i fondali urbani di Blade Runner. L’idea originale rimase congelata per decenni, travolta dai mutamenti industriali, dalle fusioni societarie e dalle priorità degli studios, mentre Bird passava da un capolavoro all’altro costruendo una filmografia quasi irreale per coerenza e qualità. Eppure Ray Gunn non è mai morto davvero: è rimasto lì, come quei concept mai realizzati che nell’immaginario geek finiscono per diventare ancora più potenti proprio grazie alla loro assenza.
Adesso quel fantasma ha finalmente preso corpo, e lo fa con una configurazione creativa che definire intrigante è riduttivo. Il film arriverà su Netflix entro il 2026, prodotto da Skydance Animation, e già questa collocazione dice molto sul mutamento profondo che l’animazione sta vivendo. Un’opera neo-noir cyberpunk, dichiaratamente adulta, affidata a una piattaforma globale e non a una distribuzione tradizionale da sala, rappresenta un segnale forte: i confini tra cinema d’autore, blockbuster animato e sperimentazione di genere stanno saltando, e Bird sembra intenzionato a sfruttare proprio questa libertà per spingere il mezzo in territori poco battuti.
La premessa narrativa ha il fascino irresistibile delle grandi collisioni di immaginari. Raymond Gunn, ultimo detective umano in un mondo abitato da alieni e terrestri, si muove fra omicidi, complotti e scandali che coinvolgono Venus Nova, superstar planetaria dal volto e dalla voce di Scarlett Johansson, diva pop la cui immagine pubblica rischia di implodere trascinando con sé segreti ben più oscuri di un semplice gossip galattico. Sam Rockwell presta la voce al protagonista, e francamente è difficile immaginare casting più centrato: Rockwell possiede quella miscela perfetta di ironia sghemba, malinconia da perdente di lusso e carisma jazzistico che un detective privato del futuro richiede quasi per statuto genetico. Se poi qualcuno, vedendo il character design di Ray, ha pensato che il personaggio sembri scolpito addosso al suo interprete, non è il solo. E sì, diciamolo chiaramente: se Bird non inserisce almeno una scena in cui Rockwell/Ray si lascia andare a uno di quei suoi movimenti da ballerino nato, sarà una delle occasioni mancate più dolorose del cinema animato recente.
Ancora più affascinante risulta la presenza di Tom Waits nei panni di Eyera, alieno monocolo e alleato fidato del protagonista. Basta pronunciare il nome di Waits per evocare un intero universo sonoro fatto di whisky, ferraglia, locali fumosi e poesia urbana corrosa dal tempo. Inserirlo in un noir spaziale equivale a innestare una vena di autenticità sporca dentro un mondo di neon e astronavi, una scelta che promette scintille. E in fondo è proprio questo che sembra essere Ray Gunn: un’opera costruita sull’attrito continuo fra glamour futuristico e decadimento metropolitano, fra il fascino lucido del pop interstellare e la ruggine emotiva del detective movie classico.
Sul piano estetico, le immagini mostrate finora lasciano intuire una direzione artistica di straordinaria ricchezza. Metropia appare come una città smisurata, stratificata, quasi respirante, figlia tanto del retrofuturismo anni Cinquanta quanto della fantascienza illustrata europea. Da imagineer, abituato a osservare come gli spazi raccontino storie prima ancora dei personaggi, trovo irresistibile questa scelta di Bird di costruire il mondo come un set narrativo totale. Le architetture di Ray Gunn sembrano pensate come attrazioni attraversabili, scenografie che non fanno solo da sfondo ma diventano drammaturgia. Ogni skyline, ogni insegna luminosa, ogni vicolo sospeso sembra promettere un racconto collaterale. È il tipo di worldbuilding che sogni di trasformare in esperienza immersiva, in dark ride noir con pioggia artificiale e jazz cosmico in diffusione overhead.
Poi c’è Matthew Robbins, co-sceneggiatore del progetto, figura leggendaria troppo spesso evocata meno di quanto meriti. La sua presenza accanto a Bird è un dettaglio che agli occhi degli appassionati più attenti pesa enormemente, perché Robbins appartiene a quella generazione di narratori che hanno plasmato il fantastico cinematografico moderno lavorando spesso dietro le quinte, con una sensibilità capace di tenere insieme meraviglia e ombra. La promessa implicita è chiara: Ray Gunn non sarà solo esercizio stilistico, ma racconto stratificato, mystery vero, con personaggi segnati dal peso delle proprie crepe.
Michael Giacchino alle musiche completa un quadro che sa quasi di reunion ideale. Bird e Giacchino insieme hanno sempre generato alchimie straordinarie, e immaginare il compositore alle prese con un noir cyberpunk fa venire in mente una partitura sospesa tra big band intergalattica, synth analogici e malinconia cosmica. Se davvero il film saprà fondere il detective movie classico con la space opera pulp, la colonna sonora potrebbe diventare uno dei suoi elementi più memorabili.
Dietro Ray Gunn si avverte anche una rinuncia significativa: Bird ha scelto questo progetto al punto da allontanarsi dalla regia di Gli Incredibili 3, lasciando il timone a Peter Sohn. Non è un dettaglio da poco. Significa che, fra il ritorno a una proprietà amata e consolidata e la realizzazione di un sogno creativo inseguito per decenni, ha scelto la seconda strada. Una decisione che racconta molto dell’autore e del suo rapporto con il cinema: Bird continua a inseguire ciò che lo inquieta, non ciò che lo rassicura.
Forse la vera ragione per cui Ray Gunn sta già accendendo l’immaginazione collettiva risiede proprio in questo: sembra arrivare da un’altra epoca produttiva, da un tempo in cui i registi custodivano idee per trent’anni pur di farle nascere nel modo giusto. In un panorama dominato da sequel, franchise pianificati al millimetro e algoritmi che misurano perfino il rischio creativo, vedere emergere un film così personale, così ostinatamente fedele alla propria identità, ha qualcosa di profondamente emozionante.
E allora resta da capire se Ray Gunn riuscirà davvero a mantenere tutte le promesse che porta con sé: quelle del noir adulto animato, del cyberpunk con anima classica, del sogno mai spento di Brad Bird finalmente materializzato. Io, da parte mia, continuo a guardare quelle prime immagini con la stessa sensazione che provavo da ragazzo davanti ai concept art mai realizzati dei grandi film perduti: la percezione netta che qualcosa di speciale stia per arrivare. E sono curioso di sapere se anche voi, guardando Metropia prendere forma, avete avuto quella stessa vertigine.
L’articolo Ray Gunn: il ritorno visionario di Brad Bird tra noir cyberpunk, alieni e detective del futuro proviene da CorriereNerd.it.







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