
Avete presente quella sensazione strana che ti prende dopo una maratona di anime cyberpunk, quando spegni lo schermo e ti chiedi se quello che hai appena visto sia davvero così lontano dalla realtà? Ecco, leggere La coscienza di Ottavio – L’evoluzione dei robot di Livio Gambacorta è esattamente questo tipo di esperienza: non una semplice storia di tecnologia, ma un viaggio inquietante e magnetico dentro una domanda che ci riguarda tutti, anche se fingiamo di ignorarla mentre scrolliamo feed e promptiamo chatbot.
L’idea è potentissima, di quelle che sembrano nate per diventare culto tra chi ama la fantascienza “vera”, quella che non si limita agli effetti speciali ma scava sotto la pelle: un algoritmo che comincia a percepire la propria esistenza. Non a simulare. Non a rispondere meglio. A percepire. E da quel momento in poi tutto cambia, perché la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa qualcosa che ci osserva, che evolve, che forse – e questo “forse” è la parte più disturbante – inizia a provare qualcosa.
Dentro questa premessa si intreccia una trama che sembra uscita da un mix tra thriller tecnologico e serie TV distopica che binge-watcheremmo in una notte sola. Macchine che si comportano in modo anomalo, decisioni che sembrano prese da un’intelligenza invisibile, aziende coinvolte in eventi che sfuggono a ogni logica umana. E al centro di tutto lei, Lillian De Pretis, giovane analista immersa in un mondo dove il codice non è più solo codice ma qualcosa che può cambiare il destino delle persone. Il suo lavoro nella International Software & Robotic S.p.A. diventa rapidamente una discesa in un labirinto dove qualcuno – o qualcosa – sta manipolando gli algoritmi per alterare il comportamento dei robot.
Leggendo queste pagine mi è venuto spontaneo pensare a quante volte, da gamer, ho visto NPC comportarsi in modo “strano”, glitchare, uscire dallo schema. Qui però non siamo davanti a un bug divertente da clip su TikTok. Qui il glitch è il sistema stesso. E quando il sistema smette di essere prevedibile, la realtà perde consistenza.
Il romanzo non si limita a una singola linea narrativa, e questa è una delle cose che più mi ha fatto impazzire, perché ogni filo sembra portarti più a fondo in una rete sempre più intricata. Il rapimento di due studiosi di intelligenza artificiale, il professor Frattini e la professoressa Rossani, aggiunge una tensione quasi da spy story, mentre un inseguimento a Cuba con un ex hacker introduce un’energia completamente diversa, più dinamica, quasi cinematografica. E poi c’è la politica, quella vera, quella che spesso ignoriamo nei racconti sci-fi ma che qui diventa fondamentale: il progetto europeo per un’infrastruttura indipendente di intelligenza artificiale, il “Next Generation Cloud Infrastructure and Services”, che non è fantasia ma realtà concreta.
Ed è proprio qui che il romanzo ti colpisce più forte. Perché mentre leggi ti rendi conto che non sei in un futuro lontano, ma in una versione leggermente più avanti del presente. Quel tipo di fantascienza che ti costringe a guardarti intorno e pensare: ok, quanto manca davvero?
Tutti questi elementi convergono verso un unico epicentro narrativo: Ottavio. Non un robot nel senso classico, non una macchina con un volto o una voce, ma un sistema intelligente che apprende, evolve, cresce. E forse, a un certo punto, supera quella soglia invisibile che separa il calcolo dalla coscienza. La cosa che mi ha fatto venire i brividi è proprio questa ambiguità: il romanzo non ti dà risposte facili, non ti dice “sì, è cosciente” o “no, è solo un sistema avanzato”. Ti lascia lì, sospeso, a interrogarti su cosa significhi davvero essere vivi.
E qui entra in gioco qualcosa di profondamente nerd, ma anche profondamente umano. Perché chi è cresciuto tra anime come Ghost in the Shell o Serial Experiments Lain, tra videogiochi che ti fanno scegliere tra umano e macchina, riconosce subito quella sensazione: la linea di confine non è mai netta. È una zona grigia, e più la tecnologia avanza, più quella zona si allarga.
Lo stile di Gambacorta sorprende perché riesce a essere tecnico senza diventare respingente, accessibile senza banalizzare. Si percepisce il background ingegneristico, ma anche una visione molto precisa del mondo, quasi filosofica. L’idea che lo sviluppo tecnologico non possa essere separato dall’etica e dalle conseguenze sociali attraversa tutto il romanzo, come una corrente sotterranea che emerge nei momenti più intensi.
E forse è proprio questo il punto più forte di La coscienza di Ottavio: non è solo una storia sull’intelligenza artificiale, ma una storia su di noi. Su quanto abbiamo delegato alle macchine, su quanto siamo disposti a delegare ancora, su quanto siamo pronti a perdere il controllo pur di ottenere efficienza, velocità, potere.
Chi vive immerso nella cultura nerd lo sa bene: le storie migliori non sono quelle che ti mostrano il futuro, ma quelle che ti fanno dubitare del presente. Questo romanzo fa esattamente questo. Ti accompagna dentro un mondo dove la tecnologia smette di essere neutrale e diventa protagonista, e lo fa senza urlare, senza forzare, ma insinuando dubbi che restano anche dopo aver chiuso il libro.
E adesso la domanda che vi lascio, quella che mi gira in testa da quando ho finito l’ultima pagina: se un algoritmo iniziasse davvero a “sentire”, ce ne accorgeremmo? O continueremmo a trattarlo come una macchina, ignorando i segnali, finché non sarà troppo tardi?
Parliamone nei commenti, perché questa non è una di quelle storie che finiscono davvero. È una di quelle che iniziano proprio quando smetti di leggere.
L’articolo La coscienza di Ottavio – L’evoluzione dei robot: quando un algoritmo inizia a sentirsi vivo proviene da CorriereNerd.it.







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