
Alcuni anime ti restano addosso come una soundtrack ascoltata per caso durante una notte passata a grindare su un JRPG e poi mai più dimenticata, e Ascendance of a Bookworm appartiene esattamente a quella categoria rara, quasi pericolosa, di storie che sembrano quiete e invece ti scavano dentro piano, episodio dopo episodio, con la stessa ostinazione con cui Myne continua a inseguire pagine stampate in un mondo che dei libri ha fatto un privilegio per pochi. Da fan di anime isekai, abituata a reincarnazioni spettacolari, skill rotte, boss fight e protagonisti overpowered che in tre puntate diventano semidei ambulanti, l’impatto con Honzuki no Gekokujou è stato straniante nel senso migliore possibile: qui non si combatte per salvare regni con spade leggendarie, qui si combatte per carta, inchiostro, alfabetizzazione, accesso alla conoscenza. E sembra una differenza minuscola, ma cambia tutto.
L’anime tratto dalla light novel di Miya Kazuki illustrata da You Shiina ha sempre avuto qualcosa di profondamente diverso nel DNA, una specie di delicatezza testarda che non cerca mai di urlare più forte degli altri titoli stagionali. Dal debutto animato del 2019, affidato ad Ajia-do Animation Works con la regia di Mitsuru Hongo, fino all’arrivo della quarta stagione nel 2026 prodotta da Wit Studio, Ascendance of a Bookworm ha costruito la sua identità come fanno le serie destinate a durare: senza scorciatoie, accumulando emozioni, dettagli, relazioni, piccoli traumi e grandi conquiste. Lo senti nella crescita della protagonista, ma anche nella progressione stessa dell’adattamento anime, passato da una prima stagione di quattordici episodi quasi intima e domestica, a un’espansione narrativa sempre più ampia, stratificata, politica, dove il sogno privato di una bambina reincarnata si intreccia con gerarchie religiose, nobiltà e tensioni sociali. La longevità della saga, nata su Shōsetsuka ni Narō e poi trasformata in una monumentale serie di trentatré volumi, si percepisce tutta: ogni arco narrativo sembra una nuova campagna di worldbuilding sbloccata come in quei videogame gestionali dove parti con un villaggio spoglio e finisci per governare un impero.
Myne, o meglio Urano Motosu reincarnata in Myne, resta una delle protagoniste più anomale e irresistibili degli ultimi anni anime. Fragile, malata, spesso fisicamente esausta, lontanissima dall’archetipo dell’eroina invincibile, eppure devastante nella sua determinazione. Quello che mi colpisce sempre di lei è il modo in cui il desiderio di leggere diventa una forma di resistenza culturale. In un panorama isekai saturo di protagonisti che dominano il nuovo mondo grazie a cheat ability e reincarnazioni privilegiate, Myne entra in scena senza alcun vantaggio reale, se non una memoria adulta e una fame insaziabile di libri. È quasi commovente vedere come la sua rivoluzione parta da oggetti che noi diamo per scontati: carta, tavolette, caratteri mobili. Guardarla reinventare il libro in un contesto medievale mi ha sempre ricordato quella sensazione nerd purissima di chi prova a costruire qualcosa da zero, come il primo cosplay assemblato con materiali improbabili o il primo server Minecraft messo online con amici alle tre del mattino.
Ed è proprio questa materialità del sogno a rendere Ascendance of a Bookworm così speciale. Non vende l’illusione dell’epica facile, ma la bellezza del processo. La prima stagione, trasmessa tra ottobre e dicembre 2019, aveva già fissato perfettamente questo tono, accompagnata da opening e ending che sembravano cucite addosso al mondo interiore della protagonista, da “Masshiro” cantata da Sumire Morohoshi fino alla dolce malinconia di “Kamikazari no Tenshi” di Megumi Nakajima. Poi la seconda stagione nel 2020 ha ampliato il respiro narrativo, trascinando Myne dentro il tempio e aprendo il racconto a tensioni più complesse, mentre la terza, arrivata nel 2022, ha spinto ancora oltre l’intreccio con una maturità che ha premiato chi era rimasto fedele alla serie sin dall’inizio.
E adesso eccoci al capitolo più discusso, quello che sta facendo litigare fandom, artisti, animatori e appassionati in ogni angolo della community anime online: la quarta stagione prodotta da Wit Studio, iniziata il 4 aprile 2026, e la polemica sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa negli sfondi dell’opening. Ammetto che leggere il comunicato ufficiale mi ha lasciata con quella strana amarezza che provi quando scopri che dietro una scena bellissima si nasconde una crepa etica difficile da ignorare. Wit Studio ha confermato che alcuni cut dell’opening del primo episodio contenevano immagini generate con IA, una scelta in contrasto con la loro stessa policy interna, annunciando subito il ridisegno completo degli sfondi incriminati e la sostituzione delle sequenze a partire dal secondo episodio. È una presa di responsabilità importante, e va riconosciuta, ma il caso apre una ferita molto più ampia: che cosa succede all’anima dell’animazione giapponese, fatta di mani, linee, errori umani, sensibilità artigianale, se anche serie come Honzuki finiscono dentro questa zona grigia?
Perché Ascendance of a Bookworm è forse uno dei titoli peggiori possibili per una controversia del genere, proprio per ciò che rappresenta. Questa è una storia che parla del valore umano della creazione culturale, del lavoro dietro ogni pagina, del sapere come atto collettivo. Inserire IA generativa in un’opera che celebra il gesto manuale del produrre libri ha quasi il sapore di una contraddizione narrativa interna, come se in un anime sul cosplay scoprissimo che il costume vincitore è stato stampato interamente da una macchina senza alcun intervento artigianale. E il fandom lo ha percepito immediatamente, perché chi ama Honzuki tende ad avere un rapporto quasi affettivo con il tema della manifattura, della pazienza, del fare con le mani.
Questo non cancella, però, il fascino enorme di una stagione che promette di adattare Part 3, “Adopted Daughter of an Archduke”, uno degli archi più attesi dai lettori della light novel. Il passaggio a Wit Studio ha portato un’evoluzione visiva evidente, con la regia di Yoshiaki Iwasaki e il nuovo character design di Aiko Minowa, e già dai primi episodi si percepisce una scala produttiva più ambiziosa. L’opening “Pages” delle Little Glee Monster, al netto della polemica, resta perfettamente in sintonia con il cuore della serie: ogni pagina voltata è una soglia, ogni libro un portale, ogni parola un atto di emancipazione.
Forse è proprio questo che continua a farmi amare Ascendance of a Bookworm in modo quasi viscerale: non è un anime che ti seduce con l’adrenalina, ma con la persistenza. Ti ricorda che la cultura può essere rivoluzionaria, che leggere è un atto politico, che una bambina fragile può destabilizzare un intero sistema solo insistendo sul diritto di accedere ai libri. In un’epoca in cui consumiamo contenuti a velocità assurda, Myne costringe a rallentare, ad apprezzare il tempo necessario perché qualcosa venga creato davvero. E forse anche la polemica sull’IA, in fondo, ci obbliga a farci la stessa domanda: quanto siamo disposti a sacrificare dell’umano in nome dell’efficienza?
Io continuo a pensare che pochi anime sappiano parlare agli appassionati nerd con questa intensità sommessa, e ogni nuova stagione di Honzuki mi lascia quella sensazione rara di aver ritrovato una vecchia amica tra scaffali impolverati e sogni impossibili. Voi da che parte state in questo dibattito, e soprattutto: questa nuova stagione vi sta conquistando come le precedenti, oppure sentite anche voi che qualcosa, tra quelle pagine animate, sta cambiando più in profondità di quanto sembri?
L’articolo Ascendance of a Bookworm, l’anime che trasforma i libri in una rivoluzione e riaccende il dibattito sull’IA proviene da CorriereNerd.it.







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